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giovedì 10 febbraio 2011
martedì 8 febbraio 2011
Morte di Thomas Buddenbrook
Se avrete la pazienza di leggere queste poche righe tratte dal romanzo di Thomas Mann, condividerete con me l'idea che siamo di fronte ad uno dei pezzi più alti di tutta la letteratura mondiale ( dichiarazione impegnativa, lo ammetto)
"Comparve infine Chrisitian. Mentre era al circolo aveva ricevuto la notizia della caduta del senatore ed era venuto via subito. Ma per paura di qualche spettacolo raccapricciante aveva fatto una lunghissima passeggiata fuori porta, sicché nessuno lo aveva potuto trovare. Si decise infine a rientrare, e nel vestibolo seppe che suo fratello era già spirato.
- Ma non è possibile! - egli disse, e salì zoppicando le scale, con occhi spiritati.
Fra la sorella e la cognata s'avvicinò al letto di morte. E lì stette, col suo cranio calvo, con le guance scavate, coi suoi baffi penduli, col suo nasone gibboso, ritto sulle gambe sottili e storte, un po' insaccato, un po' simile a un punto interrogativo; e i suoi occhietti infossati fissavano il volto del fratello che appariva così muto, freddo, alieno e inoppugnabile, così inaccessibile ad ogni giudizio umano... Gli angoli della sua bocca erano rivolti all'ingiù, con un'espressione quasi sdegnosa. - Tu non piangerai alla mia morte,- gli aveva rinfacciato Christian; e ora invece era morto lui, morto semplicemente, senza dure una parola, si era ritirato nel silenzio, signorile e intangibile, e come tante volte nella vita abbandonava spietatamente l'altro a una cocente umiliazione! Aveva agito bene o male opponendo sempre un freddo disprezzo alle sofferenze di Christian, al tormento, all'uomo sul divano, alla bottiglia di spirito e alla finestra aperta? Questo quesito cadeva, non aveva più senso, poiché la morte con parzialità capricciosa e imprevedibile aveva distinto e giustificato lui, lo aveva accettato e accolto e reso oggetto di venerazione procurandogli a forza il reverente interesse di tutti, mentre disdegnava Christian e avrebbe continuato a beffarlo con cento angherie e canzonature che non incutevano rispetto a nessuno. Mai Thomas Buddenbrook aveva ispirato tanta ammirazione al fratello come in quell'ora. Il successo è ciò che conta. Il rispetto degli altri per le nostre sofferenze ce lo procura soltanto la morte, che nobilita anche le sofferenze più meschine. -Hai avuto ragione tu, io m'inchino -, pensò Christian, e con un movimento rapido e goffo piegò il ginocchio e baciò la mano fredda sulla trapunta. Poi si alzò e cominciò a girare per la stanza con occhi irrequieti."
venerdì 8 ottobre 2010
La breve estate dell'anarchia
Hans Magnus Enzensberger. La Breve estate dell'anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti. Nonostante l'ironia di Moretti sull'autore e la televisione, devo dire che questa opera è eccezionale. Il libro raccoglie testimonianze sul movimento anarchico spagnolo ed in particolar modo sull'anarchico Durruti dagli anni '20 fino alla guerra civile spagnola. La prima cosa che mi è venuta in mente durante la lettura è che non esistono concetti assoluti. Nonostante sia contrario all'uso della violenza, devo ammettere che non riesco a condannare ciò che succedeva in quegli anni in Spagna; e non parlo della guerra civile spagnola, lì è ovvio che si facesse ricorso alla violenza, ma parlo di tutto ciò che aveva a che fare con il movimento anarchico prima della guerra civile, con gli assalti alle banche, con l'uccisione di vescovi, imprenditori e ministri. Erano gli anarchici degli assassini? Si, forse lo erano. Era giusto agire così? No, forse no. Potevano comportarsi diversamente? Dire proprio di no. In una delle nazioni più arretrate dell'intera Europa, dove milioni di contadini facevano letteralmente la fame per soddisfare la rendita di chiesa stato e militari (così sembra molto populista la cosa, ma da quel poco che ho capito non deve essere molto lontana dalla realtà), contadini che rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione e che dovevano patire la fame con i fucili puntati in faccia (letteralmente), l'uso della violenza per ottenere briciole di giustizia sociale era praticamente inevitabile. Senza dilungarmi su come funzionasse l'organizzazione anarchica in Spagna ( quasi un milione di aderenti ed un solo stipendio elargito, forse due), la cosa che colpisce maggiormente è lo slancio morale di questa organizzazione, dove nessuno possedeva nulla, dove si agiva individualmente per il popolo, ma non ci si aspettava niente da esso. Quando Durruti morì dovettero seppellirlo con scarpe rattoppate e, all'epoca era uno degli uomini più in vista del movimento antifascista in Spagna. Si agiva nella più completa illegalità, ma sempre in vista della giustizia sociale. Raccontare da narratore questo libro non rende l'idea perché il libro è costituito interamente di testimonianze e, raccontarlo in terza persona non fa altro che snaturarlo. MI viene in mente un'ultima cosa: il movimento anarchico spagnolo, la rivoluzione scaturita dopo la presa di Barcellona (la più importante in Europa dopo quella russa), le possibili conseguenza di una vittoria del fronte repubblicano, sono al contempo tra i fatti ed i futuri abortiti più importanti della storia europea e, nei licei praticamente non se ne parla. Non solo nei licei, ma nemmeno nei libri di storia di autori presumibilmente di sinistra..mah

domenica 17 gennaio 2010
Quarta di copertina
L'idea per il post mi è venuta leggendo che ci sono persone (precisiamo non sono miei amici, diciamo amici di amici) che si fanno un'idea, un'opinione su un libro semplicemente leggendo la quarta di copertina. Ovvio che per avere un'idea vagamente precisa è necessario leggerlo un libro, peccato che di solito i libri si scelgano prima di averli letti (altrimenti al liceo non avrei mai comprato un libro di Vespa, mea culpa). Quello che mi è venuto in mente è quanto possano essere fuorvianti questi strumenti del diavolo (di marketing, quindi la stessa cosa) per via di ragioni quali l'idiozia, la superficialità od altro. Da precisare che non tutte le q. di c. sono fatte male (ricordo che quella dell'idiota riportava un pensiero di Nietzsche, quindi era una grande q. di c.), però ce ne sono alcune incredibili. Vorrei fare due esempi. Primo esempio: sulla q. di c. di pastorale americana c'è una citazione (The New Yorker) che recita "Pastorale americana è un romanzo di quattrocento pagine che finisce con un punto interrogativo. Questo è ciò che lo rende grande". Cosa? Sarebbe il punto interrogativo finale a rendere il libro di Roth un capolavoro? A parte che di punti interrogativi ce ne sarebbero diversi e su più livelli, ma come disse il già citato (su questo blog) ratzi "soprassediamo". Su questo colpo di genio non voglio nemmeno soffermarmi. Secondo esempio: questo è un caso un po' più interessante perché la q. di c. in esame (quella de "Il signore delle mosche") dice (si parlano anche le q. di c.) cose apparentemente condivisibili e sensate circa lo svolgersi del racconto; apparentemente. Cito testualmente "Sembra il prologo ideale per un romanzo d'avventura che celebri il pragmatismo e il senso della democrazia britannici". Ora le cose sono due: se per prologo si intende tutto ciò che è raccontato prima dell'elezione di ralph, ok posso esser d'accordo; peccato che in quel frangente non succeda niente, se non la presa di coscienza della situazione da parte di piggy e ralph con un piccolo antipasto di cattiverie gratuite (e già qui...). Se invece per prologo vogliamo includere anche l'elezione di ralph, allora vorrei sapere dove sta il senso della democrazia in un elezione per acclamazione e non con argomenti razionali, ma carismatici e quasi totemistici (lui aveva la conchiglia). Quando il capo sarà Jack è ovvio che la situazione andrà a farsi benedire, ma già nelle prime pagine si getta una luce, seppur fioca, su quei semi di oscurità e indicibile che saranno i protagonisti del racconto. Troppo semplice secondo me commentare che quando si ammazza si è irrazionali e quando si accendono fuochi si è pragmatici. Sottile e velato il mondo pulsionale era lì che si annidava in quelle pratiche solo apparentemente democratiche. Se un gruppo elegge un capo tramite votazione, non è detto che quella sia democrazia, bisogna conoscere gli argomenti e lo stato d'animo individuale nei momenti di aggregazione (dove sono canetti e kierkegaard??). Forse sarebbe meglio non leggerle le quarte di copertina. Ora penso"è vero che il nostro presidente (meno male che c'è) è stato eletto dalla maggior parte degli italiani e senza brogli, ma è stato eletto democraticamente??????..
Dalla faccia lui non sembrerebbe d'accordo
Dalla faccia lui non sembrerebbe d'accordo
lunedì 16 novembre 2009
Dio d'acqua
Dio d'acqua, incontri con Ogotemmeli, Marcel Griaule, 1948.
Data la mia incommensurabile ignoranza nel campo dell'antropologia (come in tutti i campi del sapere, del resto) questo libro mi ha praticamente sconvolto. La mia lettura di questo lavoro risale a un po' di tempo fa, quindi non sarò molto preciso nella descrizione dello stesso o nella trattazione di alcuni aspetti, come sempre. Il libro tratta degli incontri tra Marcel Griaule e il saggio Ogotemmeli del popolo dogon in una regione tra la Nigeria, la Costa d'avorio e il Sudan; incontri che si sono svolti in trentatrè giorni e nei quali il saggio rivela la complessa cosmogonia del suo popolo e, come questa influenzi la vita di tutti i giorni. Più che di influenza, si tratta di vera e propria regolazione; non c'è aspetto della vita dogon che non abbia delle corrispondenze o dei riferimenti nel mito di questo popolo. Il tutto con una logica a dir poco ferrea, con una sequenzialità inesorabile. L'aspetto che forse più mi ha colpito di questo libro è stato quello riguardante l'architettura e l'oggettisitca di questo popolo, anch'esse specchio cosmogonico. Per fare un esempio: nel cercare di spiegare la forma del sistema mondo Ogotemmeli si serve di un piccolo paniere tarlato, una soluzione tanto semplice quanto geniale (se si conosce la descrizione del sistema mondo che qui ometto). Il dipanarsi del racconto è altamente correlato e non sono in grado di trattare argomenti in ordine sparso, né tantomeno parlare di singoli aspetti di questa cosmogonia (altrettanto affascinante rispetto ad altre cosmogonie, con il vantaggio di essere ancora viva, al contrario ad esempio del mito greco). Spero solo che queste parole possano aver suscitato curiosità e magari voglia di leggere questo prezioso libro.
P.S. Mi è venuta voglia di scrivere qualcosa a riguardo ripensando a un pensiero (ripetizione) che mi era venuto in mente una sera al duomo mentre andavo al cinema. Passeggiando mi passa davanti una bella ragazza che aveva un vestito che lasciava intravedere molto (ovviamente nessun giudizio di valore). Allora mi è venuta in mente una frase di Ogotemmeli in cui diceva che il suo popolo preferiva ragazze normali ma coperte (per via del mistero) a ragazze bellissime ma scoperte....
Data la mia incommensurabile ignoranza nel campo dell'antropologia (come in tutti i campi del sapere, del resto) questo libro mi ha praticamente sconvolto. La mia lettura di questo lavoro risale a un po' di tempo fa, quindi non sarò molto preciso nella descrizione dello stesso o nella trattazione di alcuni aspetti, come sempre. Il libro tratta degli incontri tra Marcel Griaule e il saggio Ogotemmeli del popolo dogon in una regione tra la Nigeria, la Costa d'avorio e il Sudan; incontri che si sono svolti in trentatrè giorni e nei quali il saggio rivela la complessa cosmogonia del suo popolo e, come questa influenzi la vita di tutti i giorni. Più che di influenza, si tratta di vera e propria regolazione; non c'è aspetto della vita dogon che non abbia delle corrispondenze o dei riferimenti nel mito di questo popolo. Il tutto con una logica a dir poco ferrea, con una sequenzialità inesorabile. L'aspetto che forse più mi ha colpito di questo libro è stato quello riguardante l'architettura e l'oggettisitca di questo popolo, anch'esse specchio cosmogonico. Per fare un esempio: nel cercare di spiegare la forma del sistema mondo Ogotemmeli si serve di un piccolo paniere tarlato, una soluzione tanto semplice quanto geniale (se si conosce la descrizione del sistema mondo che qui ometto). Il dipanarsi del racconto è altamente correlato e non sono in grado di trattare argomenti in ordine sparso, né tantomeno parlare di singoli aspetti di questa cosmogonia (altrettanto affascinante rispetto ad altre cosmogonie, con il vantaggio di essere ancora viva, al contrario ad esempio del mito greco). Spero solo che queste parole possano aver suscitato curiosità e magari voglia di leggere questo prezioso libro.
P.S. Mi è venuta voglia di scrivere qualcosa a riguardo ripensando a un pensiero (ripetizione) che mi era venuto in mente una sera al duomo mentre andavo al cinema. Passeggiando mi passa davanti una bella ragazza che aveva un vestito che lasciava intravedere molto (ovviamente nessun giudizio di valore). Allora mi è venuta in mente una frase di Ogotemmeli in cui diceva che il suo popolo preferiva ragazze normali ma coperte (per via del mistero) a ragazze bellissime ma scoperte....
venerdì 4 settembre 2009
Teoria dello sviluppo economico
Teoria dello sviluppo economico è un libro di Joseph Alois Schumpeter, economista austriaco, banchiere ed anche ministro (se pur per poco). Il libro cerca di spiegare il fenomeno dello sviluppo economico (appunto) riconducelo a cause esogene (in parte) all'ambiente economico. Il punto di partenza è il flusso circolare marginalista, dove vale Say (e questo è un punto importante), non esiste profitto ecc, flusso interrotto solo da eventi esogeni. Oltre a tutti gli eventi immaginabili (guerre, glaciazioni ...) l'attenzione è focalizzata sulla figura dell'imprenditore, capace di bloccare il flusso e reincanalarlo. Si dirà: ma il lavoro dell'imprendtore non è certo esogeno..Ovvio... Da precisare però alcune cose. Primo: è impossibile creare qualcosa. Secondo: variano solo le possibili combinazioni dei fattori originari della produzione, terra e lavoro. Imprenditore è solo chi è in grado di introdurre una nuova combinazione prima sconosciuta, modificando i dati esistenti; in poche parole imprenditore è solo colui che innova, non chi possiede il capitale (egli è il capitalista, da non confondere quindi). Solo attraverso l'innovazione è possibile la creazione di profiitto, il quale verrà assorbito solo quando il carattere dell'innovazione cesserà di esser tale. Sorge un problema (ed è questa a mio parere la parte più interessante). Può succedere che l'imprenditore sia anche capitalista, ma se ciò non è, da dove prende il necessario l'imprenditore? Qui entra in gioco la figura dei banchieri che mettono a disposizione il capitale necessario e, dalla contrattazione tra imprenditore marginale e banchiere marginale sorgerebbe inoltre il fenomeno dell'interesse, fenomeno che poi si estende a tutto il sistema tramite meccanismi che ora non voglio approfondire. Al contrario della teoria marginalista, quindi, che vorrebbe l'interesse come fenomeno reale (cioè sorgente dal mercato degli investimenti reali), Schumpeter connota l'interesse come fenomeno monetario. La cosa più interessante, però, è che nel flusso circolare vale Say, quindi non esistono riserve di redditi non spese pronte per essere prestate dai banchieri; quindi diventa cruciale il ruolo della moneta di nuova e apposita creazione. In altre parole, condizione necessaria dello sviluppo economico (almeno in questo contesto) è la possibilità di creazione di nuova moneta da parte delle banche. (Schumpeter parla di freno necessario). Spero si possa cogliere l'importanza di queste considerazioni, anzi, dei concetti cui rimandano (o cercano di rimandare) queste considerazioni.
venerdì 6 febbraio 2009
La nascita della tragedia

Lungi da me voler fare una trattazione esaustiva di quest'opera non avendone né la volontà né gli strumenti, mi accingo solo ad esporre osservazioni in ordine sparso.
Un concetto a me caro è quello secondo il quale nell'arte si cerca se stessi, ma noi siamo noi stessi anche prima di ritrovarci nell'arte, quindi in qualche misura nell'arte non si crea niente. Questa, nella seconda parte, potrebbe sembrare la posizione di Platone riguardo la terza generazione, ma non lo è, almeno secondo me. Per spiegare questa mia posizione parto da pag 107 dove Nieztsche cita Shopenhauer chiedendosi in quale rapporto la musica stia con l'immagine e con il concetto. Ecco il passo"Possiamo considerare il mondo apparente, o natura, e la musica come due diverse espressioni della stessa cosa, la quale quindi costituisce la sola mediazione per l'analogia tra queste due espressioni.... La musica dunque, quando è considerata come espressione del mondo, è un linguaggio in sommo grado universale, che sta rispetto all'universalità dei concetti nello stesso rapporto in cui questa sta rispetto alle singole cose..." ancora a pag 42 "Invece le immagini del lirico non sono nient'altro che lui stesso e per così dire solo diverse oggettivazioni di lui ed è per questa ragione che egli, come centro motore di quel mondo può dire io".
Da notare , però, che l'io di cui parla non è l'io dell'uomo(da lui definito) empirico reale, è l'unico io veramente sussistente ed eterno, riposante sul fondo delle cose, e attraverso le cui immagini il genio lirico penetra con lo sguardo fino al fondo delle cose, e fra queste immagini lui può scorgere anche se stesso. Mi sembra chiaro che qui ci sia un superamento di quanto si dice nella Repubblica, portando la lirica ad un livello eguale e alternativo rispetto a quello della natura. Parlando di questo sostrato mi vorrei ricollegare ad un'immagine bellissima a pag 55 dove Amleto è accostato all'uomo dionisiaco, dove si dice che entrambi hanno gettato uno sguardo nell'essenza delle cose e provano nausea di fronte all'agire; giacché la loro azione non può mutare nulla nell'essenza eterna delle cose, ed essi sentono come ridicolo o infame che si pretenda da loro che rimettano in sesto il mondo che è fuori dai cardini(mi viene quasi da dire la potenza del nichilismo).
Precedentemente si è parlato della muisca, ma a mio modo di vedere (Schopenhauer mi perdoni) il discorso si può estendere a quasi tutti i tipi di arte, come ad esempio al cinema. Mi viene in mente un passaggio di un film di Aronofsky( pi greco-teorema del delirio) in cui il protagonista afferma dopo aver fissato per alcuni secondi il sole"Per un momento vidi e capii".
Per concludere cito testualmente l'insegnamento di Sileno.
"L'antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l'uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: 'Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto."
giovedì 4 settembre 2008
Dio Passato
In principio era il Verbo, ma era. Vale a dire che il passato esisteva già prima del verbo.
Lui (Kien) s'inchina dinanzi al passato, al suo primato.
...............
Dio è il passato, lui crede in Dio. Verrà un giorno in cui gli uomini trasformeranno i propri sensi in memoria e tutto il tempo in passato. Verrà un giorno in cui un unico passato abbraccerà tutti gli uomini, in cui non vi sarà nulla all'infuori del passato e tutti crederanno: appunto nel passato.
Tratto da Auto da fé, di Elias Canetti
Lui (Kien) s'inchina dinanzi al passato, al suo primato.
...............
Dio è il passato, lui crede in Dio. Verrà un giorno in cui gli uomini trasformeranno i propri sensi in memoria e tutto il tempo in passato. Verrà un giorno in cui un unico passato abbraccerà tutti gli uomini, in cui non vi sarà nulla all'infuori del passato e tutti crederanno: appunto nel passato.
Tratto da Auto da fé, di Elias Canetti
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