lunedì 23 maggio 2011

Kartner strasse

L'idea per questo post mi è venuta in seguito ad alcune considerazioni fatte con una "compagna" mentre passeggiavamo per Kartner strasse. Kartner è il corso che collega Karlsplatz, sede dell'opera, a Stephansplatz dove si trova la cattedrale di Santo Stefano. Ovviamente parliamo di Vienna.
Potremmo quasi paragonarlo al nostro Vittorio Emanuele (il corso); in verità il parallelo non è casuale, in quanto le nostre considerazioni vertevano proprio su quanto quel corso ci ricordasse il più famoso (per noi) corso milanese. Questo non perché avessero qualcosa in comune da un punto di vista architettonico (magari si, ma non ce ne siamo accorti), ma perché i nostri occhi coglievano elementi comuni che se decontestualizzati era impossibile collocare nell'uno o nell'altro corso.
Sto parlando semplicemente di negozi ( o catene di negozi). Si dirà va be', è normale trovare gli stessi negozi in città diverse, è ovvio che grandi catene scelgano mete turistiche per locare propripunti vendita. Certo, però per me la questione è un po' più complicata di così, se non nelle intenzioni, sicuramente negli effetti.
Il fatto di avere gli stessi punti di riferimento in luoghi molto distanti fra di loro non può essere considerato prescindendo dalla magnitudine del fenomeno; soprattutto se questi punti di riferimento non sono casuali ma sono pensati per avere una presa diretta sulle coscienze (i marchi sono fatti per attirare o, comunque, non sono certo neutrali). Ora una massiccia esposizione ad elementi volti ad occupare zone all'interno della nostra persona (occupare non è scelto a caso) situati in luoghi magnifici come questi ci porta oltre che ad associare momenti vissuti, ricordi ecc.... con quei negozi (non riesco a pensare alle cose vissute lì senza avere sullo sfondo alcuni nomi di negozi), anche a creare uno spazio immaginario in cui questi simboli si emancipano dalla loro sede fisica e sono elemento centrale di questo spazio ( non credo sia casuale che il premio oscar come miglior corto d'animazione nel 2010 sia stato dato a "Logorama").
Un'operazione biologica, nella sua accezione più ampia; biologica perché non è semplicemente commerciale, ma riguarda l'esistenza della vita umana nella sua totalità e, non solo nel suo aspetto economico (come se si potesse parlare di lato economico a se stante in generale).
Per far maggior chiarezza ( o confusione) mi vengono in mente due riferimenti: il primo è un intervento di Brian Holmes nel libro "L'arte della sovversione" (manifestolibri) in cui afferma " la Nike opera la trasformazione dello spazio urbano a sua immagine e la creazione di parametri esistenziali all'interno dei quali questo spazio deve essere esperito".
Il secondo riferimento riguarda uno splendido film di Wim Wenders, "nel corso del tempo", di certo il mio film preferito del regista tedesco. Durante il suo vagare, il protagonista non fa che notare scritte della coca-cola e riferimenti alla cultura americana, fino a quando in un dialogo esclama "l'America ci ha colonizzato l'inconscio". In questo caso non l'America, ma negozi di abbigliamento.








sabato 19 febbraio 2011

Passeggiare a Milano

Un paradosso.
Un sabato stavamo passeggiando in via Torino, giusto per stare un po' all'aria aperta, prendere un gelato e banalità del genere. Purtroppo ci siamo subito resi conto del fatto che la questione era più pericolosa di quanto non sembrasse: persone che ti tagliavano la strada, che per sorpassarti ti davano spallate e, ovviamente ti guardavano male; il fatto è che gli altri camminavamo ad una velocità doppia rispetto alla nostra. Ora, se fosse stato un mercoledì mattina e se la gente fosse dovuta andare al lavoro, ok capisco la fretta, ma dove doveva andare tutta questa gente di sabato alle cinque del pomeriggio?
Il problema, credo, non è il perché si esce, ma il modo in cui ci si rapporta alle cose.
"Devo fare in fretta perché poi dopo non posso fare questo", "Devo correre che dopo arriva tizio", o più in generale "Tra un mese finalmente...", o il classico "Non vedo l'ora che... vorrei che fossi già lì"... (questo pensiero io lo faccio sempre con la pensione...). Per cercare di sintetizzare, potremmo dire che lo sbaglio stia nel continuo proiettarsi in avanti attuato da noi stessi, individuando sempre nell'orizzonte qualche evento importante che dia un taglio diverso la nostro futuro, anche in materia futile. Questo proiettarsi in avanti verso eventi futuri (a prescindere dall'importanza degli stessi) ci fa mettere da parte la nostra vita oggi, ce la fa dimenticare e in poche parole non ce la fa vivere. Io, però, ribalterei il problema. Non siamo noi che ci proiettiamo in avanti verso eventi importanti e di seguito non riusciamo a vivere "l'adesso", ma bensì siamo noi che non riuscendo a fare i conti (sul serio) con la nostra vita ora, facciamo finta di niente e guardiamo avanti. Infatti il proiettarsi non dipende dall'evento, è un atteggiamento che viene prima di una qualche specificazione, è solo una sorta di spinta in avanti. Infatti chi vive aspettando, una volta giunto l'evento non potrà fare a meno di guardare alla prossima "scadenza", perdendosi ogni volta quello che intanto succede (o potrebbe succedere).
Forse basterebbe solo un po' più di onestà con noi stessi e la capacità di accettare quello che ci succede ma soprattutto di capire che il 99% dei nostri problemi non sono altro che fisime.

giovedì 10 febbraio 2011

Hanno

Vorrei dormire e non saperne più niente... Non so volere.

martedì 8 febbraio 2011

Morte di Thomas Buddenbrook

Se avrete la pazienza di leggere queste poche righe tratte dal romanzo di Thomas Mann, condividerete con me l'idea che siamo di fronte ad uno dei pezzi più alti di tutta la letteratura mondiale ( dichiarazione impegnativa, lo ammetto)

Gennaio 1875, intorno al letto di morte di Thomas Buddenbrook

"Comparve infine Chrisitian. Mentre era al circolo aveva ricevuto la notizia della caduta del senatore ed era venuto via subito. Ma per paura di qualche spettacolo raccapricciante aveva fatto una lunghissima passeggiata fuori porta, sicché nessuno lo aveva potuto trovare. Si decise infine a rientrare, e nel vestibolo seppe che suo fratello era già spirato.
- Ma non è possibile! - egli disse, e salì zoppicando le scale, con occhi spiritati.
Fra la sorella e la cognata s'avvicinò al letto di morte. E lì stette, col suo cranio calvo, con le guance scavate, coi suoi baffi penduli, col suo nasone gibboso, ritto sulle gambe sottili e storte, un po' insaccato, un po' simile a un punto interrogativo; e i suoi occhietti infossati fissavano il volto del fratello che appariva così muto, freddo, alieno e inoppugnabile, così inaccessibile ad ogni giudizio umano... Gli angoli della sua bocca erano rivolti all'ingiù, con un'espressione quasi sdegnosa. - Tu non piangerai alla mia morte,- gli aveva rinfacciato Christian; e ora invece era morto lui, morto semplicemente, senza dure una parola, si era ritirato nel silenzio, signorile e intangibile, e come tante volte nella vita abbandonava spietatamente l'altro a una cocente umiliazione! Aveva agito bene o male opponendo sempre un freddo disprezzo alle sofferenze di Christian, al tormento, all'uomo sul divano, alla bottiglia di spirito e alla finestra aperta? Questo quesito cadeva, non aveva più senso, poiché la morte con parzialità capricciosa e imprevedibile aveva distinto e giustificato lui, lo aveva accettato e accolto e reso oggetto di venerazione procurandogli a forza il reverente interesse di tutti, mentre disdegnava Christian e avrebbe continuato a beffarlo con cento angherie e canzonature che non incutevano rispetto a nessuno. Mai Thomas Buddenbrook aveva ispirato tanta ammirazione al fratello come in quell'ora. Il successo è ciò che conta. Il rispetto degli altri per le nostre sofferenze ce lo procura soltanto la morte, che nobilita anche le sofferenze più meschine. -Hai avuto ragione tu, io m'inchino -, pensò Christian, e con un movimento rapido e goffo piegò il ginocchio e baciò la mano fredda sulla trapunta. Poi si alzò e cominciò a girare per la stanza con occhi irrequieti."

martedì 1 febbraio 2011

compendio filosofico

Marx reclama il fuorigioco

venerdì 28 gennaio 2011

Stylish




Innanzitutto ringrazio moderatemente ottimista per questo premio stranamente meritato, dato che io e lo style in generale non andiamo molto d'accordo.

In genere se ricevo un premio non gli do molto peso (sembra una cosa usuale, ma se non erro è la seconda volta), è sempre un qualcosa che rafforza il tuo ego e, di cose che rafforzano l'ego ne vorrei davvero fare a meno; però in questo caso la cosa mi ha divertito alquanto, per via del suddetto rapporto con lo style, quindi adempierò ai miei obblighi.
Ora dovrei premiare altri dieci blogger e dire 7 cose di me.
Iniziamo con le 7 cose di me:

1) ci sono tre episodi nella mia vita che mi hanno rovinato per sempre: topolino, la nascita della tragedia, la scoperta della blogosfera

2)non ho mai fumato in vita mia (nulla), ma in compenso bevo quasi tutti i tipi di alcolici; sono un grande fan del Laphroaig, intenso whisky scozzese

3)per confermare il punto due, sono un discreto giocatore di "padrone e sotto"

4)non ho mai avuto problemi con la legge, tranne quando i carabinieri mi sequestrarono il motorino, stavo andando a scuola e, i carabinieri mi accompagnarono fino all'entrata: dopo il danno, la beffa

5)anche se è un po' fuori contesto, ho odiato profondamente jules e jim

6)nonostante ne assuma gli atteggiamenti e le pose, non sono e non sarò mai un cinefilo, ma solo un (infinitamente) appassionato di cinema; essere è impegnativo, essere qualcosa con dei comportamenti da rispettare ancor di più

7)per spiegare in parte il punto 6, la mia pigrizia è talmente smisurata che una commissione di cardinali ha ritenuto questa mia "virtù" meritevole di essere definita biblica; e poi l'ozio è padre di tutti i vizi, ma il vizio è padre dell'arte, o no?

Ora passiamo ai blog, sono un po' meno di dieci, ma va bene lo stesso:

moderatamente ottimista, da poco e spero non per poco

il teatro dei vampiri, per celebrare il ritorno del conte: Lugosi is Undead

cinemasema, ogni premio è d'uopo per questo blog

tramonti a nord est, lo stile nel carattere o, il carattere nello stile

le luci della sera, con quello sfondo magnifico e le immagini di Twin Peaks, non poteva non rapirmi

eyes wide ciak, quando guardi una videorecensione con una ragazza che indossa un cappellino che lampeggia, la prima cosa che pensi è "che stile"!

sabato 22 gennaio 2011

Dexter

"Ora scrivo un bel post su Dexter" e, mi sono ritrovato a pensare che nelle intenzioni questo blog doveva parlare d'altro, ma se ripenso a cose scritte ieri quasi mi vergogno (quasi eh!); forse è così un po' per tutti, ma credo proprio che prenderei a schiaffi il me stesso del passato, per la sua illusione, per la sua superficialità, per la sua ingenuità, per il suo essere immaturo ma soprattutto per l'opacità con cui vedeva le cose. Poi però penso che quel me stesso è padre del me stesso di adesso, cioè di quello di un secondo fa, anzi di quello che ha iniziato a scrivere questo post (lo so è poco divertente)e mi riappacifico con me stesso; o meglio io sono diretta conseguenza di quell'altro io; ma questo è ovvio. Inoltre non sono poi tanto sicuro di essere migliore del me stesso passato, o che la lucidità si sia sviluppata in modo lineare nel corso del tempo, magari ci sono stati periodi in cui le cose mi erano più chiare di adesso. Allora perché non me ne rendo conto? Forse perché la percezione è ora, ed ora soltanto; un po' come l'egocentrismo: in qualche crediamo di venire prima degli altri, ma questo è ovvio perché il mondo lo vediamo prima di tutto con le nostre lenti, la nostra percezione è mediata e influenzata da noi stessi e, questo, senza rendercene conto(non sempre, per fortuna). Ecco questo fenomeno credo si possa applicare anche al ricordo dei noi stessi del passato: come già detto la percezione è influenzata dai pensieri di oggi, dagli stati d'animo attuali, ma cosa più importante, per il sol fatto di percepire ora e di non riuscire a percepire il prima, permette che la mancanza di percezione del prima ci renda quasi ostili i noi stessi passati e ci mette in una situazione di privilegiata. Potrei coniare un nuovo termine, un neologismo per questo fenomeno, quello del favorire il noi stesso presente rispetto a quello passato per via del ruolo della percezione. Potrei chiamarlo egocronocentrismo, però accetto suggerimenti.

Dopo questo breve divertissement parliamo d'altro. Parliamo di Dexter. L'ho letteralmente divorato: in un periodo in cui dovevo preparare gli esami, uscire qualche volta per vedere persone che non vedevo da tanto e festeggiare natale, capodanno ecc... mi sono sparato tutte e cinque le stagioni in poco meno di due settimane. Ciò credo sia già indice di quanto mi sia piaciuto.
Mettiamo in chiaro una cosa, la mia stagione preferita è la seconda( sono in minoranza, lo so), ma sono stato rapito da tutta la serie; forse la terza è quella più debole per via di quel goffo di Miguel Prado.
Cerchiamo ora, per quanto possibile, di fare un discorso organico.
Prima di tutto di cosa parla Dexter? di un serial killer che di giorno lavora per la scientifica di Miami (e mi raccomando, non il contrario, cioè un tecnico della scientifica che di notte fa il serial killer), come ematologo. Ovviamente quella dell'ematologo non è una semplice copertura, ma in qualche modo è espressione dell'essere del protagonista, che possiamo dire nato letteralmente nel sangue. Proprio questo suo nascere nel sangue è la causa di questa pulsione irrefrenabile verso le uccisioni e, verso il sangue stesso; infatti lui uccide non perché vuole, ma perché deve. Però c'è una particolarità, lui uccide solo i serial killer, o persone che comunque meritano di morire, almeno secondo il codice di Harry. Chi è Harry? Harry è il suo padre adottivo, che accortosi della natura del figlio, cerca di incanalarla per servire una causa giusta, cioè quella di ammazzare altri uccisori (fondamento che mi convince poco).
Una delle prime cose che ho pensato guardando questa serie è che con un po' più di coraggio questo prodotto avrebbe fatto molto discutere. Mi spiego: come già detto si è scelto di parlare di un serial killer; il personaggio principale non è un eroe, anzi; è un cattivo, ma a sua discolpa si può dire che quella è la sua natura e che in ogni caso lui uccide solo i cattivoni. Ed è ovvio che con questo espediente gli spettatori possano prendere in simpatia il protagonista e tifare per lui (chi di noi non ha sperato, anche solo per un istante, di dare qualche bella lezione a qualche delinquente?), e farlo in maniera legittima. E se invece il protagonista fosse stato malvagio fin dentro le ossa? Sicuramente sarebbe stata un'altra serie. Anche perché sarebbe mancata quella sospensione del giudizio che fluttua costantemente.
Quello che mi ha affascinato maggiormente è tutta la descrizione delle dinamiche interiori del protagonista (il suo rapporto con il passeggero oscuro); come riesce a gestire il suo lato oscuro, ma soprattutto districarsi tra il suo lato e la vita di tutti i giorni. Dexter è una persona fondamentalmente onesta, fa i conti con se stesso in ogni momento, raramente si prende in giro e, si interroga continuamente su come coniugare il suo lato "malvagio" con la sua vita da cittadino, marito e padre. Non cerca facili soluzioni ed è in tensione continua con se stesso. Io credo che il colpo di genio stia in questo. Come uno dei miei narratori preferiti, Fedor Dostoevskij, che portava al parossismo il carattere dei personaggi per svelarne le peculiarità, così in quest'opera si porta al caso estremo un fenomeno (quello della convivenza comune con la parte oscura di noi stessi) per mostrarne le dinamiche principali e presentarlo nella sua interezza e complessità.
Tutti noi abbiamo qualcosa da nascondere e tutti noi ci rapportiamo agli altri nascondendo una parte di noi stessi. Non parlo semplicemente di manie, perversioni o cose del genere, ma semplicemente di lati del nostro carattere che non vogliamo mostrare agli altri, almeno non a tutti. Una chiusura del cerchio quasi poetica, a mio modo di vedere, è quella che riguarda i vetrini. Dexter non può parlare a nessuno della sua intima naura e, per questo, si sente solo. Intima natura nata nel sangue che lo porta ad uccidere persone. Egli segue sempre una sorta di rituale prima di compiere l'atto senza ritorno ed in questo atto lui è completamente onesto con le vittime, si apre con loro, confessa tutto a loro (la scena con lo psicologo è bellissima), crea un contatto, prima ovviamente di ucciderle e dopo averlo fatto, conserva un po' di sangue delle vittime in un vetrino da laboratorio. In questo modo, una parte di persone che sono state in contatto vero con lui, che gli sono state vicine, rimarranno con lui per sempre. Per molto questo è il suo unico modo di avere rapporti veri con le persone; tutto ciò nasce nel sangue e finisce nel sangue (anche se in un vetrino). Un'altro aspetto affascinante è quello delle conseguenze della continua ricerca di Dexter di creare rapporti con persone vive e, che rimarranno vive (si spera).
Nell'evoluzione delle reazioni dei personaggi che conoscono la vera natura di Dexter si apprende un messaggio direi quasi di speranza: non tutti reagiamo in egual maniera davanti alle stesse cose, non possiamo prevedere il comportamento umano, per quanto estrema sia la situazione; la nostra vita non è scritta, niente è scritto nella pietra.
Questi sono solo aspetti ed ogni stagione, ogni puntata ha questioni e tematiche di rilievo. Una delle serie più ricche di contenuti ed esilaranti (si perché c'è un sottofondo di autoironia fantastico) tra quelle in cui ho avuto il piacere di perdermi.

Potremmo dire Dexter tra Dostoevskij e Kurosawa; ma forse sono solo io che ho letto troppo del primo e visto troppo del secondo ed ora li cerco un po' dappertutto




lunedì 13 dicembre 2010

Cinequiz

Un classico

Virginia

Sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che chiunque avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se chiunque avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n'è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. V

venerdì 26 novembre 2010

Non ti preoccupare

Ci sono solo due cose di cui ti devi preoccupare:o stai bene o stai male.Se stai bene non ti devi preoccupare.Ma se stai male,ci sono solo due cose di cui ti devi preoccupare:o guarisci o muori.Se guarisci non ti devi preoccupare.Ma se muori,ci sono solo due cose di cui ti devi preoccupare:o vai in paradiso o vai all'inferno.Se vai in paradiso non ti devi preoccupare.Ma se vai all'inferno,ti ritrovi tanto preso a salutare gli amici che non hai neanche il tempo di preoccuparti.Non ti preoccupare

Proverbio irlandese

venerdì 8 ottobre 2010

La breve estate dell'anarchia

Hans Magnus Enzensberger. La Breve estate dell'anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti. Nonostante l'ironia di Moretti sull'autore e la televisione, devo dire che questa opera è eccezionale. Il libro raccoglie testimonianze sul movimento anarchico spagnolo ed in particolar modo sull'anarchico Durruti dagli anni '20 fino alla guerra civile spagnola. La prima cosa che mi è venuta in mente durante la lettura è che non esistono concetti assoluti. Nonostante sia contrario all'uso della violenza, devo ammettere che non riesco a condannare ciò che succedeva in quegli anni in Spagna; e non parlo della guerra civile spagnola, lì è ovvio che si facesse ricorso alla violenza, ma parlo di tutto ciò che aveva a che fare con il movimento anarchico prima della guerra civile, con gli assalti alle banche, con l'uccisione di vescovi, imprenditori e ministri. Erano gli anarchici degli assassini? Si, forse lo erano. Era giusto agire così? No, forse no. Potevano comportarsi diversamente? Dire proprio di no. In una delle nazioni più arretrate dell'intera Europa, dove milioni di contadini facevano letteralmente la fame per soddisfare la rendita di chiesa stato e militari (così sembra molto populista la cosa, ma da quel poco che ho capito non deve essere molto lontana dalla realtà), contadini che rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione e che dovevano patire la fame con i fucili puntati in faccia (letteralmente), l'uso della violenza per ottenere briciole di giustizia sociale era praticamente inevitabile. Senza dilungarmi su come funzionasse l'organizzazione anarchica in Spagna ( quasi un milione di aderenti ed un solo stipendio elargito, forse due), la cosa che colpisce maggiormente è lo slancio morale di questa organizzazione, dove nessuno possedeva nulla, dove si agiva individualmente per il popolo, ma non ci si aspettava niente da esso. Quando Durruti morì dovettero seppellirlo con scarpe rattoppate e, all'epoca era uno degli uomini più in vista del movimento antifascista in Spagna. Si agiva nella più completa illegalità, ma sempre in vista della giustizia sociale. Raccontare da narratore questo libro non rende l'idea perché il libro è costituito interamente di testimonianze e, raccontarlo in terza persona non fa altro che snaturarlo. MI viene in mente un'ultima cosa: il movimento anarchico spagnolo, la rivoluzione scaturita dopo la presa di Barcellona (la più importante in Europa dopo quella russa), le possibili conseguenza di una vittoria del fronte repubblicano, sono al contempo tra i fatti ed i futuri abortiti più importanti della storia europea e, nei licei praticamente non se ne parla. Non solo nei licei, ma nemmeno nei libri di storia di autori presumibilmente di sinistra..mah






sabato 12 giugno 2010

dolls

Sopravvissuto alla sessione d'esami (almeno nella parte necessaria) mi sono concesso dopo troppo tempo un altro kitano. Forse uno dei miei registi viventi preferiti.

venerdì 19 marzo 2010

A proposito di avanguardie

"Ora, credo che se non prestiamo attenzione a formulare in modo accurato ed articolato queste domande, rischiamo di produrre un discorso di nicchia dal punto di vista politico, oppure corporativo, da "addetti ai lavori artistici", dal punto di vista disciplinare. Se considerate questi due pericoli, se li intersecate, al punto di giuntura tra nicchia politica e corporativismo artistico ed estetico, troverete esattamente quello che storicamente si è chiamato un'avanguardia. ...... Mi ha colpito profondamente la domanda: "cosa dice l'arte o cosa dicono gli artisti dei movimenti". Se si sostituisce alla parola artisti quella, più datata, di intellettuali, ci si drizzerebbero i capelli in testa. Fa spavento. Vi immaginate un convegno nel quale si chieda all'arte e agli artisti di essere una sorta di coscienza lungimirante, gentilmente pregata di illuminare la mente nebbiosa dell'uomo qualunque e nella fattispecie, anche quella dei movimenti politici? Vi immaginate la riflessione politica ristretta ad una prospettiva in cui solo alcuni (per genio, specificità, dati anagrafici, ragione sociale, prezzo di mercato, o gloria artistica personale) abbiano diritto ad intervenire e siano riconosciuti come detentori di verità, mentre la stragrande maggioranza della "gente comune" si affida alla loro vista straordinaria, alle loro percezioni fuori dal comune? Vi immaginate un'Italia berlusconiana affidata a tanti nuovi piccoli D'Annunzio, magari anche (o soprattutto) di sinistra?..... Alle nicchie e gli specialismi si devono opporre l'intreccio, l'attraversamento, la contaminazione, la condivisione, la comunanza..... Qual è l'intreccio tra militanza politica e arte? Qual è, nonostante la loro diversità, il loro comune?...
La sperimentazione"

( Judith Revel al seminario Multiversity, all'interno di "L'arte della sovversione", a cura di Marco Baravalle, Manifestolibri,2009)

Cosa dire, il passaggio sull'Italia berlusconiana mi sembra triste. Credo che gli echi Chomskyiani siano evidenti in questo estratto; come sono evidenti in un film a me caro, Brian di Nazareth (forse questi echi esistono solo nella mia testa, ma non importa, è la stessa cosa). Da Musil (non che prima non ci fosse, solo che dopo è stata configurata in maniera diversa secondo me) in poi c'è questa idea che l'uomo non sia in grado di decidere del proprio essere e che debba affidarsi a singoli dotati di particolare qualità (genio, ragione sociale ecc....). A mio avviso questa visione individualistica è stata ribadita negli anni non solo in letteratura, ma anche in campi quali l'economia (da Walras in poi) ed il cinema (vorrei precisare che non bisogna fare confusione tra narrazione attraverso una prospettiva individuale ed esaltazione del singolo, certo le cose non sono indipendenti, ma non sono nemmeno la stessa cosa). Idea fortemente criticata da Chomsky che individuava in questo fenomeno una delle cause (alla radice forse) di indebolimento dei vari movimenti ed attivismi. Per concludere, in onore alla sperimentazione sopracitata un estratto del film suddetto. Ora la narrazione non è certo effettuata tramite prospettiva multipla, ma non credo ci sia esaltazione individualista, semmai tristezza per l'incapacità di rispondere alla responsabilità dell'agire comune.

http://www.youtube.com/watch?v=9lIK25YryWw&feature=related

Buona visione

lunedì 8 marzo 2010

Quest'anno niente mimose

Anche quest'anno è arrivato l'otto marzo e, come la maggior parte degli italici maschietti (maschi mi sembra troppo, oggettivamente) anche io voglio rendere omaggio al gentil sesso(1 - il concetto di rendere omaggio mi fa venir l'orticaria, 2 - gentil sesso, ovvero come obliare decenni di movimento femminista). Glissando sulle ovvie accuse di festa commerciale che ha perso lo spirito originario dell'evento, mi fa ridere il fatto che per festeggiare le donne si scelga un giorno in particolare quando tutto l'anno c'è ben poco da festeggiare. Si festeggia all'interno di un immaginario a dir poco triste, però si festeggia. Visto e considerato che non credo di essere una persona che possa agire al di fuori del "sistema" mi uniformerò alla maggioranza. Lo farò, però, cercando una strada personale o, almeno, con l'idea, impressione, illusione di percorrere questa strada personale (come sempre è alla fine; l'unica cosa certa, non vera, quando si agisce è la nostra percezione istantanea dell'azione). Vorrei proporre l'opera di una fotografa (forse ciò è riduttivo) austriaca, Birgit Jurgenssen (1949 - 2003).

La foto si intitola Jeder hat seine eigene Ansicht (ognuno ha il suo punto di vista, 1979). Tratta del nudo femminile e dello sguardo maschile all'interno di uno schema di negazione dell'immagine. La schiena nuda è dell'artista. Il titolo rimanda al concetto della pluralità dei punti di vista, concettuali e visivi (dello spettatore). In questo caso lo spettatore è maschile perché la scritta è declinata al maschile (in tedesco). Un'ambivalenza dunque tra ciò che si vede e ciò che si pensa di vedere, e ciò che ci si apsetta di vedere. Però la posa è statica. Il nudo femminile è occultato dall'immagine: la superficie del corpo, che coincide con quella dell'immagine, rimanda allo spettatore la frustazione dell'impossibilità di godere della visione del corpo della donna. Abbiamo la negazione del nudo in quanto immagine predominante del corpo femminile nella tradizione aritstica occidentale.

Note

Il commento è tratto da Giovanna Zapperi, "La soggettività contro l'immagine. Arte e femminismo". All'interno di "L'arte della sovversione" a cura di Marco Baravalle, Manifestolibri, 2009

domenica 31 gennaio 2010

Due anni! E l'anno prossimo all'asilo

Oggi questo blog compie due anni (meglio di un maiale). Di solito non sono incline alle autocelebrazioni, ma il verificarsi di questa ricorrenza mi ha fatto venire in mente un paio di cose. Forse questi pensieri riguardano più lo scrivere in sé, ma visto che lo scrivere nel mio caso si declina quasi esclusivamente nella produzione di post, credo vada bene anche così. L'atto di mettere nero su bianco un pensiero dona l'illusione di aver fissato un qualcosa altrimenti fuggevole e nebbioso, un qualcosa che altrimenti sarebbe andato perso e si è contenti perché si immagina di aver salvato dall'oblio un'idea preziosa, importante e si è grati a se stessi per questo eroico gesto. Stronzate (si scusi il francesismo). Quello che davvero mi viene in mente è quella specie di continuo che da Dostoevskij arriva fino a Magris, filo che ci illumina sulla vera natura dell'attività intellettuale, anzi, sul suo cuore: fisime. Nient'altro che fisime prettamente individuali ed allo stesso tempo universali. Se scegliamo di parlare di una cosa rispetto ad un'altra non è perché questa sia più vera di altre (è possibile poi fare una scala di cose più o meno vere???), o perché un concetto sia più profondo, fine od universale di un altro; semplicemente la nostra storia ha voluto che ci dedicassimo a tizio invece che a caio. Tutto qui. E come un mio amico mi insegna, un uomo non hai mai detto niente di originale, a prescindere dal tempo in cui ha detto questa cosa. Questo perché tutti andiamo a pescare in un sostrato comune che è formato solo in parte da ciò che hanno detto altri prima di noi, anzi in minima parte. Almeno da quando la storia dell'uomo ha preso una certa strada. Nonostante tutto, però, sono contento di aver scritto anche questo post. Cosa siamo se non fisime, simboli ed immagini? Ieri ho visto "A single man", grande riflessione esistenzialista immersa in una fioritura di simboli immaginifici.

Concludo con due citazioni ed una barzelletta.

"Il passato non esiste"

"La morte è il nostro futuro"

Barzelletta (premetto che vado a memoria perché non la ricordo benissimo):

Un asino ed un maiale si trovano a parlare, il maiale dice all'asino "Ma che brutta vita che fai, ti fanno portare pesi, ti picchiano, ti fanno mangiare poco, fai una vita di stenti e sofferenze. Guarda me che non faccio nulla dalla mattina alla sera, mangio a volontà e mi rotolo nel fango, non sei invidioso?". L'asino allora rispose "Ahh. Ma sbaglio o tu non sei quello dell'anno scorso?"

Saggezza somara